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Tratto dal Corriere della Sera

 

San Camillo, partorisce a casa e getta il neonato in un cassonetto

 

Una donna di 25 anni arrivata nella notte con un'emorragia in corso: è tuttora ricoverata e si trova in stato d'arresto

 

ROMA - Ha vagato più di venti ore con il neonato morto in borsa. Poi si è sentita male ed è andata al pronto soccorso del San Camillo. Ma prima ha gettato il corpo del bambino in un cestino all'interno dell'ospedale. Infine, disperata, ha chiesto l'aiuto ai medici per una forte emorragia, senza raccontare quello che aveva fatto. Una donna romana di 25 anni giovedì notte è stata arrestata dalla polizia con l'accusa di infanticidio. Gli agenti del commissariato Monteverde, diretti da Mario Viola, hanno interrogato la giovane che ha indicato il secchio per rifiuti dove gli investigatori hanno trovato il neonato deceduto chiuso in un sacchetto di plastica. E l'associazione Salvamamme ricorda a tutte le donne in crisi: «C'è la possibilità di partorire in anonimato, chiamate il NUMERO VERDE 800283110».

 

INDAGINI - Dalle prime indagini sembra che né i genitori né a sorella della ragazza - con la quale abita non lontano dall'ospedale - si fossero accorti che fosse incinta. Anche perché la giovane donna, descritta come una persona molto riservata, indossava abiti molto larghi per coprire le forme e nascondere la gravidanza.

 

SI CERCA IL PADRE - La polizia sta cercando il padre del bambino per chiarire se fosse al corrente dell'intenzione della ragazza di liberarsi del bambino. Secondo le prime ricostruzioni, la donna avrebbe partorito giovedì mattina alle cinque, avrebbe nascosto il neonato nell'armadio, e più tardi avrebbe girato per la città, incontrando anche un'amica, fino a sera quando non si è sentita male. A quel punto avrebbe gettato il neonato e si sarebbe recata al Pronto soccorso. Emergono particolari agghiaccianti: la giovane avrebbe dormito con il piccolo nascosto dell'armadio.

 

AUTOPSIA - La Procura di Roma ha ordinato l'autopsia sul corpo del neonato. L'esame autoptico, disposto dal procuratore aggiunto, Pierfilippo Laviani, dovrà far luce sulle cause della morte del piccolo. Il bimbo potrebbe essere infatti nato morto e, in questa ultima ipotesi, cambierebbe il reato contestato alla madre che si trova agli arresti per infanticidio.

 

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Era nato vivo il neonato gettato tra i rifiuti


Lo ha stabilito l'autopsia. La madre, che aveva assicurato di averlo partorito già morto, è indagata per infanticidio


ROMA - Era nato vivo il bimbo gettato dalla madre in un cestino davanti al reparto di Ginecologia dell'ospedale San Camillo di Roma il 28 febbraio scorso. Lo ha stabilito l'autopsia disposta dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani e dal sostituto Paolo D'Ovidio, che ora procederanno nei confronti di Marika Severino, romana di 25 anni, per il reato di infanticidio.

 

IL PARTO SEGRETO - Secondo quanto accertato dagli agenti del commissariato Monteverde, Marika avrebbe nascosto la gravidanza in famiglia e partorito nell'abitazione della sorella, nella zona del Trullo, la notte del 27 febbraio. Agli investigatori la giovane ha raccontato di essere rimasta incinta dopo un rapporto occasionale: dopo il parto, il bimbo - nato morto secondo la madre - è stato chiuso in una busta di plastica e avvolto in un lenzuolo.

 

IL CORPO NELLA BORSA - È inoltre emerso che nella giornata del 28 febbraio Marika è uscita portandosi dietro il corpo del neonato chiuso nella sua borsetta: nelle ore trascorse in giro per la città ha incontrato anche un'amica con la quale ha trascorso un paio d'ore prendendo un aperitivo in un locale. Nel pomeriggio Marika è stata colpita dai primi dolori, poi da un'emorragia, ed è dovuta ricorrere alle cure mediche al San Camillo ma prima di entrare nel reparto di ginecologia ha gettato il piccolo in un cestino. Ai medici ha poi confessato di aver partorito e all'arrivo della polizia ha permesso di far ritrovare il corpicino. (Fonte: Agi)

 

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12 marzo 2013 | 18:13


La confessione della donna che ha gettato  il figlio: «Il piccolo è nato morto»

 

Dopo il parto in casa, ha vagato per ore in città: arrestata Il sacchetto con il corpo trovato in un cestino dell'ospedale

 

ROMA - Ha firmato il verbale con la sua deposizione soltanto dopo averlo letto più volte con attenzione. All'ospedale al San Camillo Marika Severino, 25 anni, non ha battuto ciglio. Ma si vedeva che era sotto choc. Ha passato quasi tutta la giornata di giovedì portando in giro per la città il figlio appena partorito e morto chiuso in una busta del supermercato e poi, a notte fonda - dopo essersi sentita male per l'ennesima volta - l'ha gettato in un cestino dei rifiuti proprio alle spalle del reparto di ginecologia dell'ospedale sulla Gianicolense.

 

Un gesto assurdo, come appare tutta questa storia scoperta dalla polizia che ieri mattina ha arrestato la ragazza per infanticidio. Sotto inchiesta potrebbe finire anche una sua amica. Agli investigatori del commissariato Monteverde, diretti da Mario Viola, Marika ha raccontato la sua versione dei fatti. «Ho nascosto la gravidanza alla mia famiglia. Sono rimasta incinta dopo un rapporto occasionale - avrebbe riferito la donna -. Ho partorito nella notte di mercoledì scorso a casa di mia sorella, dove vivo da qualche tempo. Il piccolo era già morto. Mi è anche scivolato nel water e poi l'ho ripreso. L'ho avvolto in un telo, l'ho messo nella busta e l'ho chiuso in un armadio - avrebbe poi aggiunto -, poi mi sono messa a dormire fino alle due del pomeriggio». Un racconto agghiacciante raccolto dai poliziotti che venerdì notte hanno trovato il corpicino del piccolo nel cestino.

 

Ad accorgersi che la ragazza aveva partorito e l'emorragia che l'aveva colpita era stata provocata proprio da quello, sono stati due medici del pronto soccorso ostetrico che hanno avvisato la polizia. È stato uno di loro, con gli agenti, a trovare il bambino senza vita. Sarà l'autopsia a stabilire come sia morto. Ma il racconto della giovane arrestata ripercorre anche quello che è accaduto giovedì pomeriggio. Una ricostruzione altrettanto terribile. «Dopo essermi svegliata - avrebbe detto ancora alla polizia -, mi sono vestita, sono andata a casa di mio padre per prendere degli assorbenti perché continuavo a perdere sangue. Avevo sempre la busta con me. Mi sono cambiata e ho raggiunto una mia amica in piscina, qui vicino (alla Magliana). Abbiamo preso un aperitivo, poi abbiamo fatto un giro in autobus e sono tornata a casa intorno alle 23. Stavo male - conclude la ragazza - e così sono andata al San Camillo, in autobus».

 

Interrogata anche dai medici dell'ospedale, la giovane aveva in un primo tempo glissato su dove si trovasse il figlio, spiegando di aver raggiunto il nosocomio accompagnata da una conoscente. Una bugia che è stata presto scoperta. La versione generale della ventenne è stata tuttavia confermata dai riscontri della polizia che ha anche ricostruito il suo profilo psicologico e i rapporti, spesso difficili, con i suoi familiari. La giovane, sempre secondo gli investigatori, non ha un'occupazione fissa, ma ha fatto lavori saltuari in un supermercato vicino alla sua abitazione. L'amica è stata interrogata a lungo e anche il suo racconto è stato ritenuto credibile: «Ero l'unica a sapere che fosse incinta, ma mi ha detto che aveva abortito in Inghilterra qualche mese fa. In fondo era parecchio tempo che non la vedevo».

 

Rinaldo Frignani 2 marzo 2013 | 21:05

 

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Chiuso ambulatorio clandestino, si praticavano aborti e cure illegali

 

L'attività si svolgeva in un immobile del centro storico, sequestrati circa 95mila farmaci. Fermata una terapia endovenosa a una donna. Due cinesi denunciati

 

PADOVA - La Guardia di Finanza di Padova ha chiuso una clinica dove venivano praticati aborti clandestini. L'indagine, tutta all'interno della comunità cinese padovana, è partita dal fermo alcune settimane fa di cittadini cinesi trovati in possesso di confezioni di farmaci privi delle indicazioni d'uso in lingua italiana e talvolta privi della confezione stessa. L'attività ha consentito di individuare l'ambulatorio dove una coppia di coniugi cinesi somministrava i farmaci e operava aborti clandestinamente. Per svolgere l'attività medica illegale la coppia aveva a disposizione all'interno dell'ambulatorio circa 95.000 farmaci di diversa natura tra cui alcuni specifici per l'induzione dell'aborto.

 

I militari della Compagnia di Padova hanno monitorato numerose spedizioni di farmaci destinate ai coniugi che avevano creato un vero e proprio sistema per accogliere in assoluta privacy i vari pazienti e fuorviare eventuali controlli delle forze dell'ordine. All'atto della perquisizione dell'ambulatorio clandestino, i militari, che hanno sequestrato alla coppia 8 mila euro in contanti frutto di due giorni di lavoro, hanno sorpreso due persone, una donna e un bambino di quattro anni, pronti ad essere sottoposti a terapie endovenose e altrettante persone in attesa di essere sottoposte alle medesime cure. I finanzieri hanno sequestrato ferri chirurgici, pinze, bisturi e altri strumenti sanitari che venivano utilizzati dalla coppia per la pratica abusiva di attività mediche. I coniugi cinesi sono stati denunciati per i reati di esercizio abusivo della professione medica, somministrazione pericolosa di farmaci nonchè reati connessi all'interruzione volontaria della gravidanza. (Ansa) 27 marzo 2013

 

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Segregata, minacciata e costretta ad abortire Prostitute rese schiave con i riti voodoo

 

Arrestate due «madame» e un loro complice che sfruttavano ragazze tra Roma e Terni. Una vittima si è presentata in ospedale con il feto morto in una busta

 

ROMA - Sequestrata, minacciata, costretta a prostituirsi anche se incinta, obbligata ad abortire e a tornare sulla strada. È la storia più crudele fra quelle emerse in un'inchiesta sulla prostituzione sfociata venerdì mattina in tre arresti e cinque perquisizioni. La Squadra mobile di Roma, in collaborazione con quelle di Terni e Verona, ha individuato un gruppo di sfruttatori che, per schiavizzare le vittime, anche minorenni, usavano il voodoo. Personaggio principale della vicenda «madame» Esther Osazuwa, nigeriana, finita in carcere insieme a un connazionale, Augustine Aigbe, e a «madame» Patience Osasu, della Sierra Leone. Per il gip Alessandro Arturi, che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare su richiesta del pm Maria Sabina Calabretta, i tre sono responsabili di reati che vanno dal sequestro di persona all’induzione alla prostituzione minorile fino all’aborto clandestino.

 

L'ABORTO IN CASA - L'inchiesta è iniziata l'estate scorsa in seguito alla denuncia presentata alla questura di Foggia dal fidanzato di una giovane nigeriana che, nonostante fosse al quinto mese di gravidanza, era stata costretta a lasciare il centro di accoglienza della città pugliese e a trasferirsi a Roma per prostituirsi sia nella Capitale sia in provincia di Terni. La ragazza, che per giungere in Italia aveva contratto un debito di circa 50 mila euro con i suoi aguzzini, era stata rinchiusa in un appartamento, sorvegliata da «madame» Esther, senza poter nemmeno telefonare. Le uscite erano ammesse solo con gli sfruttatori e solo per andare a prostituirsi. Ma i guai maggiori erano cominciati quando era rimasta incinta. A quel punto «madame» Esther, forse con l'aiuto di «madame» Patience, l'aveva costretta ad abortire, in casa e senza nessuna assistenza sanitaria.

 

IL FETO IN UNA BUSTA - Il 5 luglio scorso però la giovane nigeriana ha dovuto rivolgersi a un ospedale. In mano aveva una busta con all’interno il feto privo di vita. È stata curata e subito dopo è fuggita tornando da «madame» Esther, che l'ha rinchiusa per sette giorni facendola guardare a vista da altre prostitute di sua fiducia. Quando si è rimessa la ragazza è stata costretta a tornare sui marciapiedi di Terni, accompagnata ogni giorno da Augustine.

 

LA FUGA DAL CENTRO DI ACCOGLIENZA - Le indagini hanno rivelato che «madame» Esther, già indagata per aborto clandestino in un'altra inchiesta, ha cercato di far prostituire anche un'altra giovane nigeriana, minorenne, facendola fuggire dal centro di prima accoglienza di Agrigento. E Dalle intercettazioni è emerso che spesso i vari personaggi della vicenda facevano ricorso ai riti woodo per sottomettere le vittime e costringerle a vendere i propri corpi sui marciapiedi italiani.

 

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Entra in coma e partorisce un bambino «Si chiama Francesco come il Papa»

 

Il piccolo è nato al sesto mese di gravidanza. La mamma è intubata in terapia intensiva a causa del prione che prova la sindrome da mucca pazza

 

PADOVA - Entra in coma al quarto mese di gravidanza, e partorisce al sesto: è successo all’ospedale di Padova, dove pochi giorni fa Simona Tirendi (29 anni) ha dato alla luce il suo secondogenito, subito ribattezzato Francesco dai famigliari in onore del nuovo Papa. Il piccolo pesa 850 grammi, e rimarrà nell’incubatrice del reparto di Neonatologia ancora per un paio di mesi; la giovane madre padovana, invece, resta intubata nell’unità di terapia intensiva Istar 1, dove lotta per la vita. Le prime complicazioni risalgono alla scorsa estate, quando Simona accusa alcuni malori (debolezza, vista annebbiata e distonia), e dopo pochi giorni entra in coma. Simona, che dal marito Pablo ha già avuto una bambina, si riprende una prima volta, ma dopo aver scoperto di essere incinta ha una nuova ricaduta, da cui non si è più ripresa. In attesa che le analisi del sangue di Simona svelino la causa della malattia, i medici avanzano l’ipotesi che la colpa sia da addebitare al «prione», l’agente infettivo che provoca la mucca pazza.

 

Al sesto mese di gravidanza, in seguito a un’insufficienza placentare, i medici hanno deciso di procedere con il parto cesareo per fra nascere il bambino. Accanto a Simona ci sono i genitori, i fratelli e il marito Pablo: «Ci hanno detto che si prende mangiando carne, si può incubare nell’uomo per diverso tempo ed esplodere anche ad anni di distanza, per cui è difficile risalire alla causa – spiega Enzo Tirendi, uno dei fratelli -. Le condizioni di Simona sono stabili, ora i medici hanno leggermente diminuito il sedativo per vedere come reagisce dopo il parto». Solo Pablo e una sorella di Simona, finora, hanno potuto vedere il piccolo Francesco: «Ci hanno detto che è un bel bambino, e per essere prematuro è già abbastanza sviluppato – racconta Enzo -. Altri bimbi nati dopo 24 settimane pesano 450 grammi, lui quasi il doppio. Mia mamma in questi giorni sta dando una mano in casa a Pablo, che continua a lavorare come magazziniere nella nostra azienda di famiglia. E noi fratelli stiamo già litigando per Francesco, perché vorremmo tutti averlo a casa: quando uscirà dall’ospedale, ovviamente, sarà Pablo a decidere chi se ne occuperà, noi siamo tutti disponibili». A Rubano, dove abitano Pablo e la famiglia Tirendi, nelle scorse settimane è scattata una vera e propria gara di solidarietà: «La gente ci è stata molto vicina – assicura Enzo -. Abbiamo avuto grande sostegno dal parroco di Villaguattera e dal Comune, che ha anche inviato un assistente sociale per confortare i miei genitori».

 

Alessandro Macciò 
22 marzo 2013 (modifica il 23 marzo 2013) © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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In coma da 2 giorni, dà alla luce una bimba col parto cesareo

 

La donna di 33 anni era alla 32esima settimana di gravidanza. Ricoverata per un’emorragia celebrale


CATANIA – Dramma e gioia in ospedale a Catania. Una donna di 33 anni, I. G., è in coma da due giorni. Ha partorito stamattina, con taglio cesareo, nel reparto di rianimazione dell'ospedale Garibaldi di Catania dove è ricoverata per un'emorragia celebrale. 



 

BIMBA IN INCUBATRICE - La donna era alla 32/ma settimana di gestazione. È nata una bambina di 1,530 chilogrammi, che è stata trasferita nel reparto di Neonatologia, dove è sottoposta alle cure, in incubatrice, per immaturi. Durante l'intervento le condizioni emodinamiche della donna si sono mantenute stabili e tutti i parametri vitali sono stati tenuti costantemente sotto controllo, dopo il parto cesareo è stata eseguita una Tac dell'encefalo per controllare lo stato di emorragia cerebrale.

 



I PRECEDENTI - Quello di oggi è il 14/mo caso registrato in Italia, e il terzo alla rianimazione del Garibaldi di Catania intitolata a Antonella Caruso, la donna che il 6 dicembre 2003, all'età di 26 anni mentre si trovava alla 19 settimana di gestazione entrò in coma per un'emorragia cerebrale e il 21 febbraio 2004 dopo 11 settimane di coma ha dato alla luce Ylenia. Nello stesso reparto il 7 agosto 2006, Mariangela Basile di Modica, 21 anni, dopo 5 settimane di coma per emorragia cerebrale ha dato alla luce Sofia Benedetta.



 

MONITORAGGIO COSTANTE - La paziente, prima dell'intervento, è stata continuamente monitorata. Le sue condizioni di salute sono state continuamente verificate dall'equipe dei rianimatori coordinati dal primario dottor Sergio Pintaudi, dai Neurochirurghi del dottor Salvatore Cicero, mentre le condizioni della nascitura sono state seguite dall'equipe coordinata dal primario dei ginecologi dottor Giuseppe Ettore e dai neonatologi della dottoressa Angela Motta. Adesso alla donna, rimasta in coma, sono applicati i protocolli diagnostico-terapeutici previsti per i casi di emorragie cerebrali. Oggi la rianimazione «Antonella Caruso» dell'ospedale Garibaldi di Catania compie 34 anni di attività.

 

Redazione online 16 marzo 2013 (modifica il 18 marzo 2013) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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